Memorie di una Geisha.(Arthur Golden)


 

“Sarai una brava geisha“, mi disse, “ma potresti diventare ancora migliore se riuscissi a rendere più eloquenti i discorsiche che fai con gli occhi.“Non mi ero mai resa conto di comunicare qualcosa con lo sguardo”, replicai.“Gli occhi sono la parte più espresva del corpo di una donna, specialmente nel tuo caso. Aspetta qui un attimo, ora telo dimostrerò.”Mameha svoltò l’angolo, lasciandomi sola nel tranquillo vicolo.Un attimo dopo riapparve e mi passò davanti, con gli occhi rivolti dal lato opposto. Ebbi l’impressione che volesse evitare atutti i costi di guardare dalla mia parte.“Ora, se tu fossi un uomo“, mi chiese, “che cosa saresti portato a credere vedendo questo mio modo di fare?”“Che lei si stava talmente concentrando per sfuggire il mio sguardo da non riuscire a pensare ad altro.“Non è possibile che stessi semplicemente osservando le pozzanghere di pioggia lungo i muri delle case?”“Anche in tal caso mi direi che è un modo come un altro per sfuggirmi.”“E” proprio ciò che volevo farti capire. Se una ragazza hauno splendido profilo, questo non trasmetterà mai casualmente a un uomo il messaggio sbagliato. Ma nel tuo caso gli uomini noteranno gli occhi e immagineranno che tu te ne serva per inviare messaggi anche quando non è così. Ora osservami di nuovo. “Mameha tornò a svoltare l’angolo, poi riapparve tenendo stavolta gli occhi bassi e camminando con un’andatura particolarmente sognante. Nel passarmi accanto alzò lo sguardo a incontrare il mio per una frazione di secondo, poi lo distolse altrettanto rapidamente. Devo dire che provai una specie di scossa elettrica; se fossi stato un uomo avrei immaginato che lei avesse ceduto per un istante ai forti sentimenti che stava facendo di tutto per tenere sotto controllo.“Se io riesco a esprimere una cosa simile con i miei occhi banali“, commentò Mameha, “pensa a quanto di più possono comunicare i tuoi. Non mi stupirei se tu facessi svenire un uomo per strada.”“Mamehasan”, esclamai, “se avessi il potere di far cadere svenuto un uomo, sono sicura che me ne renderei conto.“Mi sorprende che non sia così. Allora facciamo un patto:sarai pronta a fare il tuo debutto non appena riuscirai a fermare per strada un uomo soltanto grazie ai tuoi occhi.

 

Invece di sdraiarmi sul tatami e piangere, mossi il braccio contro il torace in una specie di ampio movimento ad arco. Non so perché lo feci: era il movimento di una danza che avevamo studiato quella mattina e mi era parso impregnato di tristezza. Al tempo stesso pensai al mio Sama-San ed a quanto sarebbe stata migliore la mia vita se avessi potuto fare affidamento su un uomo come lui. Mentre osservavo il mio braccio muoversi lentamente, la calma di quel gesto mi parve esprimere le mie sensazioni di tristezza e desiderio. Il braccio sembrò attraversare l’aria con un’estrema dignità: non una foglia che si staccava fluttuando da un albero,ma un’imbarcazione oceanica che solcava le acque. Con il termine“dignità” intendo una specie di fiducia in se stessi, di consapevolezza, tale da rendere irrilevanti i piccoli sbuffi di vento o gli schiaffi di un’onda.Ciò di cui mi resi conto quel pomeriggio fu che, quando mi sentivo il corpo pesante, mi potevo muovere con grande dignità.E, se immaginavo che il mio Sama-San mi stesse osservando, i miei gesti assumevano un così profondo significato da interagire con ogni figura della danza. Il girarmi con la testa leggermente piegata poteva rappresentare la domanda: “Dove trascorreremo oggi la giornata insieme, Sama-San?” Se tendevo il braccio e aprivo il ventaglio gli dicevo quanto fossi grata per l’onore che mi faceva con la sua compagnia. E, quando più avanti nella danza richiudevo il ventaglio, era come se gli stessi dicendo che nulla al mondo mi importava più del compiacerlo.”

 

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