La Seduzione.


LONDRA,  1888

Ha trovato il Principe fuori il Cafè ed egli le ha baciato la mano. Quando i loro occhi si sono incrociati, ella ha ritrovato la solita sensazione di inquietudine e smarrimento, mista alla profonda malinconia, ma anche, in contemporanea, di pace ritrovata, che aveva caratterizzato il loro incontro precedente.

Quando il Principe le passa il bicchiere, ella sorride e prende la piccola zolletta di zucchero che egli ha imbevuto del liquore verde, e se la porta alla bocca. Il sapore dolce dello zucchero si scioglie sulla sua lingua, misto all’elevata gradazione alcoolica. Dopo prende il bicchiere e sorseggia un po’ del liquore, ed immediatamente una leggerissima sensazione di stordimento, e di calore, le riempie il petto, e la mente.

Sorride. Lui la guarda e sorride a sua volta.*

“Assenzio…..E’ l’afrodisiaco dell’Io. La Fatina Verde che vive nell’assenzio vuole la vostra anima. Ma… con me sarete al sicuro.”

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Un paio di modi per incontrare la Fatina Verde dell’Assenzio.

Tradizionale

Versate una dose di Assenzio in un bicchiere.
 Ponete un cucchiaino forato per Assenzio sul bicchiere e sistemate una zolletta di zucchero sul cucchiaio.
Fate gocciolare da sei ad otto parti di acqua ghiacciata attraverso lo zucchero nell’assenzio.
Mescolate la miscela.
L’effetto nebuloso è noto col nome di la ‘louche.’
La vostra bevanda è ora pronta. 

Bohemienne
 Affogate una zolletta in una dose di Assenzio.
Date fuoco allo zucchero e lasciatelo bruciare in modo che formi delle bollicine e diventi caramellato.
Versate lo zucchero fuso e mescolate
Aggiungete all’assenzio una parte uguale di acqua.
L’Aggiunta di acqua dovrebbe estinguere eventuali fiamme nel bicchiere, in caso contrario coprite il bicchiere per spegnere le fiamme prima di servire.
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 “Un bicchiere di assenzio è poetico come qualsiasi altra cosa al mondo. Qual è la differenza tra un bicchiere di assenzio e un tramonto?” 
(Oscar Wilde)

Kasabake the Gathering Vol.8.


ALDILA’ ED ALDIQUA’!

Mancano davvero pochissime puntate al Season Finale dellaPrima Stagione del nostro Kasabake The Gathering, ovvero all’episodio con cui ci saluteremo per un necessario intervallo di tempo, durante il quale matureranno alcuni eventi ed assieme anche i nostri chronicle(in scrittura o in consegna), arrivando così al punto critico necessario.
E’ giunto dunque il momento di tirare alcuni fili narrativi, preparando così il terreno per la prossima stagione.

Nei capitoli narrati fino ad ora, abbiamo visto come l’Adunanza, a cui sono stati chiamati i nostriEarth’s Mightiest Bloggers, non era poi così segreta come si poteva pensare: Ezekiel si stava evidentemente preparando da tempo a ricevere resistenza e forse aveva infiltrato alcuni uomini persino dentro la SAG (come ha confessato lo stesso Mainetti nei dialoghi riportati nel capitolo 10), una parte dei cui membri ha comunque messo la propria vita a rischio per condurre a destinazione i nostri eroi; quanto il nostro villain principale sappia davvero dell’Adunanza e dello staff del Gathering non è ancora noto, ma di certo i nostri blogger eroi sono stati messi davvero in pericolo (come, ad esempio, si può leggere nel chronicle di PizzaDog) ed il curatore del sito TruthOrToast è persino stato ucciso (anche se su tutta la vicenda aleggia un certo mistero ed un’aria di ambiguità su cui sta indagando Zack).

Nel frattempo è emerso il fortissimo legame tra Ezekiel e Wall Street, come forse si era già accorto chi di voi era andato a spulciare le foto dello strano blog prima citato e come avrebbe anche visto subito chi si fosse, per caso, imbattuto nella pagina FaceBook personale dello stesso Ezekiel, a lui intestata ed apparentemente insignificante, ma sapete bene che le apparenze ingannano (ovviamente, chi volesse trovarla avrà però bisogno di conoscerne anche il cognome, perché di Ezekiel il web è pieno, ma posso aiutarvi a restringere il campo, raccontandovi che egli è nato a Praga, da madre boema e
padre statunitense)!

Non ci sono state esequie o estremi onori resi a Blackgrrrl, anzi, ad onor del vero nessuno sa nemmeno cosa le sia capitato davvero, fuorché forse quel grosso guerriero Samurai che, alla fine degli eventi narrati nel Capitolo 10, ha piantato nel corpo esanime della nostra eroina la sua possente katana.
Tuttavia, una volta tornato inSAG, lo stesso Gabriele Mainetti ha narrato ciò che ha potuto vedere ed oltre al racconto dell’ultimo drammatico colloquio con la nostra dominatrice delle fiamme, le sue parole erano tutte per quella specie di porta dell’Inferno apertasi nei sotterranei della stazione ferroviaria di Manchester.

There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun.
It’s been the ruin of many a poor girl,
And me, O God, I’m one

E io, o Dio, sono una così…

Trilce Marsh Vazquez ora è là, in quella casa, forse non proprio in quella della famosa ballata folk, ma certamente in un luogo dove il tormento degli anni trascorsi renderebbe pesante anche il tempo e lei lo sente perfino nell’aria che respira dal naso.
Chiude gli occhi e dietro di essi, come un sipario che viene lentamente tirato, cala un’oscurità molto più profonda della semplice assenza di luce.
Poi, come accade ogni volta, in mezzo a quel lago nero come il petrolio dentro la sua mente, appare una luce fioca ed al suo centro si fa strada una visione, affiorante in un’epifania di bianchi argentati, come una vecchia fotografia che nasce dalle acque del bagno di sviluppo, ma questa è un’immagine in movimento, piena di suoni e luci e soprattutto dolore: una giovane ragazza africana fugge disperata lungo un corridoio dal pavimento di legno, illuminato da quelle stesse finestre che si affacciano, oggi come allora, su Royal Street.

Trilce è una poetessa e condivide le sue liriche sul web, attraverso quella piccola porta sul mondo che è il suo sito, dove ogni giorno la sua anima si affaccia e sparge al vento parole piene di significato, ma è anche una potente voodoo queen, una trasmittente collegata all’infinita varietà delle emozioni mortali e viventi ed adesso, dopo aver venduto il suo appartamento italiano, si è trasferita a New Orleans, nel quartiere che ha visto all’opera una maestra come Marie Laveau, seguendo una traccia spiritica ed emotiva partita da lontano.

Girando per le antiche strade del Quartiere Francese, Trilce era finita al 1140 di Royal Street, di fronte al maledetto grande palazzo a tre piani, che chiunque conosca un minimo la storia di questa misteriosa cittadina sa bene cosa rappresenti.
Potente come la voce di un genitore che chiama il figlio vicino a sé, la traccia spiritica l’aveva poi spinta dentro quella dimora e su per le antiche scale scricchiolanti, fino al piano signorile, dove la visione della ragazza di etnia africana l’aveva colta all’improvviso, come una scarica elettrica debole ma lunghissima.

Anche se ferma, Vazquez può sentire nel suo stesso petto battere vertiginosamente il cuore di quella giovane ragazza dai grandi occhi pieni di lacrime che sta correndo a perdifiato: respira con il suo affanno e soffre del suo terrore, come fossero i propri, mentre in parallelo avverte anche l’arrogante rabbia demoniaca della sua inseguitrice, la bianca e malvagia Marie Delphine LaLaurie, prima padrona di quella casa e signora dell’alta borghesia di New Orleans, le cui feste opulente erano state nel XIX secolo sempre di gran moda a New Orleans, in un tripudio di ricchezza, traboccanti di servitù a buon mercato, grazie alle decine di schiavi che non solo aveva posseduto come beni personali, nel pieno rispetto delle legge, ma che segretamente si era divertita a torturare fino alla morte.

Trilce è ora dentro la testa della ragazza e può vivere in simbiosi con lei la contemporaneità cronologicamente impossibile di quello spaventoso momento in cui, arrivata al termine della sua corsa, con il corridoio che sbuca su un terrazzo senza uscita, vede di fronte a sé lo strapiombo che pone fine alla sua fuga o che forse, in un ultimo atto estremo di libertà, le indica la strada per volare via attraverso la morte.

Fu proprio così, infatti, che la giovane serva, quel giorno lontano nel tempo, come riportarono le cronache locali, saltò, fracassandosi al suolo, ma la sua carne e le sue ossa, composte in modo sgraziato ed innaturale sul selciato, segnarono anche la fine della carriera mondana della LaLaurie: i passanti chiamarono le autorità ed i vicini, disgustati dal comportamento di quella donna, così poco consono al suo status, testimoniarono dei suoi deprecabili comportamenti e dei maltrattamenti alla servitù.

Nel 1834, poco tempo dopo il primo arresto di Delphine LaLaurie, un terribile incendio scoppiò nelle cucine di quella grande casa e quando i vigili del fuoco giunsero sul posto per domare le fiamme, grazie alla testimonianza di un’anziana donna trovata legata ad un termosifone, essi scoprirono una macabra stanza delle torture, nascosta nella soffitta dell’attico, dove furono anche rinvenuti decine e decine di cadaveri di uomini e donne nudi, orrendamente mutilati e diventati oramai mummie essiccate, testimoni fossili delle atrocità per anni perpetrate in quella casa.
Anche nell’America schiavista del XIX secolo, era proibita la tortura su quegli uomini e donne di colore, considerati inferiori per la legge, ma comunque protetti da un qualche codice comportamentale: fu così che l’indignazione popolare, per il comportamento orribile della ricca nobildonna, spinse il tribunale a darle la caccia, per poterla condannare in modo esemplare, ma la LaLaurie era nel frattempo riuscita a fuggire a Parigi, protetta dalle spaventose ricchezze del suo terzo marito, mentre la folla, in sua assenza, devastava quella casa in segno di rabbia e protesta.

Come in una visione accelerata del percorso di un treno, visto dalla cabina del macchinista, Trilce ora corre via con la sua anima, fuggendo da quel corridoio che si affaccia in Royal Street, dove il suo corpo è immobile, in piedi, dietro ad una tenda illuminata dal sole, sfrecciando in una scia multicolore di strade, campagne e città, fino ai pavimenti in marmo e gli stucchi alle pareti della maison di Rue de Rivoli, a Parigi, di fronte al Jardin de l’Oratoire, a pochi passi dal Louvre, dove il marito di Marie Delphine LaLaurie, il potente banchiere ed influente uomo politico Jean Blanque, aveva cresciuto indisturbato i quattro figli avuti dalla moglie: Marie Louise Pauline, Louise Marie Laure, Marie Louise Jeanne e Jeanne Pierre Paulin Blanque.

Ognuno di questi bambini, da grande, avrebbe ereditato una parte delle immense fortune di famiglia e tutti loro avrebbero vissuto noncuranti del fatto di essere, di fatto, la prole di una delle prime e più sanguinarie serial killer americane.
In particolare, Jeanne Pierre avrebbe anche continuato la tradizione di famiglia, divenendo banchiere ed una volta ritornato negli Stati Uniti avrebbe partecipato alla fondazione dei più importanti trust finanziari occidentali.
Storie entrate nella leggenda raccontano anche di un suo discendente, affetto da una strana malattia, nato a Praga e là rimasto per tutta l’infanzia e la prima giovinezza, fino al giorno della morte della madre.
Secondo resoconti frammentari e non supportati da alcuna vera testimonianza, quando il ragazzo, non ancora maggiorenne, lasciò la capitale della Repubblica Ceca per andare a vivere a New York, cambiò nome e si costruì una nuova identità, cosa che ovviamente sarebbe stata per lui davvero facile, data la grande influenza che sembra riuscisse ad esercitare su ogni forma di autorità: pare infatti che nel frattempo, malgrado la giovanissima età, egli avesse non solo consolidato il potere economico dei suoi antenati, ma anche aumentato le sue capacità di gestione finanziaria ed imprenditoriale in modo quasi miracolistico, assumendo dapprima il ruolo che era stato del suo antenato Jeanne Pierre e successivamente superandolo in tutto.

Trilce è di nuovo a New Orleans, in corpo e spirito.
Manca qualcosa…”, pensa dentro di sé, “ma è davvero difficile questa volta!
Chiude nuovamente gli occhi e torna al lago di petrolio della sua mente.
Di fronte a sé galleggiano, come ninfee immerse nella nebbia, le immagini ectoplasmatiche della giovane ragazza morta nello schianto, della perfida madame LaLaurie e di suo marito Jean Blanque.
Come una tuffatrice ripresa con l’effetto rallenty della moviola, la nostra regina voodoo si alza dalla sponda di quello specchio d’acqua e vola lentamente verso la figura del banchiere: l’immagine fantasmatica di Jean Blanque si gira verso di lei, senza ovviamente poterla davvero vedere, ma quasi accogliendola con il corpo, come si fa con l’abbraccio di una persona cara.
Vazquez entra in lui, fin dentro il suo cuore di ricco banchiere e ci trova le anime dei suoi quattro figli, come sfere madreperlacee luminose: in una di esse avverte potente quella sinestesia di sensazioni, che ogni volta le ricorda l’acredine e la consistenza polverosa dello zolfo ed allora comincia a seguirne la traccia, attraverso le eliche del DNA e del destino, fino a giungere ad una specie di foto in movimento virata seppia, come una storpia gif animata fintamente invecchiata.
In essa un piccolo infante muove i suoi primi passi, sull’erba di un giardino, sorretto dalle mani di una tata, di cui non si vede mai il volto.
Sul bavaglino del bimbo è ricamato un nome: Ezekiel.

Poi accade ciò che la nostra voodoo queen ha sempre temuto potesse prima o poi accadere: il bimbo dell’immagine si gira e la guarda in modo indecifrabile.
Kasabake, cosa hai fatto?”, dice Trilce a voce alta, al corridoio vuoto, spalancando gli occhi di colpo.
Hai condannato tutti questi ragazzi…

-continua-

https://youtu.be/VtdQiOPRDfA

articolo completo qui

https://kasabake.wordpress.com/2016/10/14/the-gathering-vol-8-aldila-ed-aldiqua/.