Kasabake The Gathering Vol. 7: l’Inferno di Manchester.


“La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato far credere al mondo che lui non esiste.”

Addentriamoci con Blackgrrrl in un mondo di fiamme…


Blackgrrrl stava correndo a perdifiato lungo i corridoi infuocati che collegavano i vari gruppi di binari, proprio lei che non aveva mai amato nemmeno fare jogging ed aveva anzi sempre guardato con sospetto le sue amiche, che invece si ritrovavano al parco, con la code dei loro capelli scodinzolanti, mentre trotterellavano sorridenti in tenuta da running, con la tutina d’ordinanza e le cuffiette alle orecchie.
In mezzo a quel calore devastante, così potente che lo si poteva quasi palpare con le mani, la nostra eroina quasi volava: si spostava con così tale rapidità che le lacrime le scappavano via dal viso, scorrendo lungo le guance così veloci da farle male, come sciabolate sulla pelle.
Si stava addentrando, ogni metro di più, in un vero inferno, di cui non vedeva e nemmeno immaginava la fine.
Il suo cuore era straziato, in modo terribile, per la consapevolezza che non solo di certo sarebbe morta, ma che nessuno avrebbe potuto mai scoprire cosa le fosse accaduto davvero, perché tutta quella mostruosità che la circondava avrebbe di certo distrutto il suo corpo ed anche lo stesso ricordo di quanto successo.
Il suo potere espanso la stava in qualche maniera proteggendo da tutte quelle fiamme, in un modo che nemmeno lei riusciva bene a capire, forse per una sorta di bolla d’energia, creata dal contrasto tra il calore e la pressione, ma non lo sapeva: non era mai stata brava in queste cose scientifiche, nemmeno a scuola, ma adesso vedeva solo che la pelle delle sue mani si stava spaccando, come un foglio di argilla, abbandonato nel forno da un ceramista distratto.

Mentre pensava a cosa sarebbe successo al suo viso ed al suo corpo in generale, maledisse il giorno in cui aveva deciso di recarsi in stazione con Fassbender, perché mai, mai, avrebbe immaginato quello che fu costretta a vedere appena scesa dal taxi, uno spettacolo che, in modo bizzarro, le ricordò le tavole di Gustave Dorè, disegnate a corredo della Divina Commedia di Alighieri: due colonne di fuoco si alzavano verso il cielo grigio della cittadina inglese, come torri di un reame demoniaco che cercava di entrare nella nostra realtà, stuprandola con il sadismo di un torturatore drogato di crack.
Dalla terra sgorgava lava incandescente, mista a cavi elettrici e terriccio, che poi si riversava in piccoli torrenti, sparsi senza ordine apparente lungo le gradinate della stazione, ma fluenti tutti in un’unica direzione, come se più avanti dovessero radunarsi in un unico punto, nascosto sotto i binari sotterranei dell’alta velocità
Non riusciva ad immaginare come avrebbero potuto i mezzi di comunicazione, nei giorni successivi, far passare quell’apocalisse per un’attentato terroristico, anche se è noto che, quando si vive in un regime di democrazia debole, come diceva il pensatore Massimo Bisotti, le verità più incredibili passano facilmente per bugie, mentre le più grandi bugie vengono fatte passare per verità inconfutabili.
La consapevolezza della terribile atrocità di quello che stava accadendo ed assieme l’assoluta ignoranza del resto del mondo verso quel cataclisma, innaturale e mostruosamente umano ed artificiale, la colpirono in volto, mozzandole il fiato, come nel peggiore dei traumi infantili o meglio come la versione, all’ennesima potenza, dello smarrimento e del dolore che aveva provato il giorno del suo primo ciclo mestruale, quando sua zia, pensando che avesse mal di pancia le aveva comprato un gelato, ironia della sorte, mentre lei si stava contorcendo per un dolore così nuovo e potente, da pensare persino di invocare l’angelo della morte per venirla a prendere: quel giorno, ancora dodicenne, tutte le donne della sua famiglia le sorrisero, dicendole che era finalmente divenuta donna, ma negli anni avrebbe scoperto che quella cosa che gli uomini ancora pensano sia una malattia e che faceva puzzare di capra la sua compagna di banco a scuola per tutta la settimana del ciclo, era soltanto la prima delle maledizioni che colpiscono il suo sesso.
Ora, di fronte al suo destino, Blackgrrrl comprese che davvero non c’è mai limite al peggio, cazzo!
Era un’eroina, una fottuta eroina, anche se non lo aveva mai chiesto (come per le mestruazioni) ed era anche una cretina che credeva nell’umanità e probabilmente pensava che sacrificarsi per un bene maggiore fosse una scelta comprensibile, così piegò la bocca in una smorfia di disgusto e dispiacere: pensò a tutto ciò che avrebbe perso per sempre, al sesso, all’amicizia, alle sue passioni, persino ai dolci, che un palato bruciato e distrutto dalle fiamme non avrebbe mai più potuto gustare, nemmeno se fosse sopravvissuta, ma poi, alla fine, aveva gettato la sua borsa addosso a Fassbender e si era buttata in mezzo a tutto quel fuoco e quell’orrore, cominciando a correre in mezzo ad esso.

Le fiamme avevano avvolto come un putrido lenzuolo svolazzante ogni parete o struttura degli ambienti interni della stazione: i pavimenti sembravano invece cosparsi di un liquido viscoso, forse frutto della carne e delle ossa dei cadaveri di chi si trovava là in quel momento, disciolti sotto il calore, come in una gigantesca cremazione a bassa temperatura, in cui la liquefazione si prolunga prima della polverizzazione.
Anche il suo corpo stava perdendo consistenza, ma il suo potere sembrava tenerne assieme la struttura e persino drogarne le terminazioni nervose, incapaci di trasmettere ancora il dolore.
Stava seguendo i rivoli di quella strana lava, lungo gli ampi corridoi che conducevano ai binari della metropolitana ed ogni tanto con la coda dell’occhio, osservava, senza fermarsi, quei loculi infernali che un tempo erano stati edicole e negozi e sale d’attesa e biglietterie.
Dopo l’ennesima svolta di quella sorta di labirinto, si ritrovò in un gigantesco spiazzo, dove poteva addirittura udire il ribollire di quel torrente di fuoco e pietra liquida, come una terrificante cascata, nascosta in un bosco impossibile e al centro di quello spiazzo vide una sagoma umana, immobile come il manichino di un robot ciccione ed inarcò le sopracciglie oramai bruciate per meglio mettere a fuoco ciò che stava vedendo, finché quel manichino non alzò un braccio, per salutarla.

Una sorta di armatura, una via di mezzo tra un palombaro ed un soldato di ventura, si avvicinò con passi pesanti, fino a quando non fu a portata di sguardo ed allora, con un ampio sorriso, assolutamente fuori luogo, un uomo le disse da dietro il vetro del suo ingombrante casco: “Ciao, sei Blackgrrrl, vero?
Lei lo guardò con la smorfia di chi inequivocabilmente ti sta chiedendo “E tu chi cazzo sei?
Sono Gabriele, Gabriele Mainetti!
Quello di Basette?”, chiese quasi senza voce Blackgrrrl, con lo sguardo obliquo ed interrogativo, di chi sta guardando un Chiwawa ordinare incredibilmente un panino da Burger King.
Quello di Jeeg Robot!! Comunque si, anche di Basette, è chiaro…
Mentre la nostra eroina lo continuava a guardare come si fa con un miraggio o un prodigio bizzarro, Mainetti proseguì imperterrito: “La SAG si è spaccata dopo la scomparsa di Alan Rickman… si sa che dietro la sua morte c’era qualcuno di molto potente ed ora pensiamo che ci siano persino dei traditori fra noi… comunque io sto dalla parte dei buoni!
Un architrave si staccò dal soffitto, crollando lentamente ma in modo fragoroso sopra la lava e finendo per sprofondare in quella specie di fiume infernale, ma quando Blackgrrrl, che si era girata a guardare lo spettacolo, tornò di nuovo a rivolgersi verso Mainetti, questi non aveva smesso di parlare “e così hanno deciso che dovevo andare io, con questa armatura fighissima a prova di fuoco e proiettili, ma ci credi?
Gabriele, tu mi stai anche simpatico, ma ora…”, Blackgrrrl pensò che altre parole sarebbero state inutili, quindi alzò verso il casco dell’armatura le sue mani, oramai ridotte a due tizzoni di carbone.
Mainetti fece con la bocca una “o” di stupore e subito allargò le braccia, come un Cristo in croce e dalle maniche di metallo e polimeri di quella tuta protettiva cominciò a zampillare una pioggia di un qualche liquido, che di certo non era semplice acqua.
Blackgrrl si sentì come l‘ultima rosa rimasta in un pianeta arso da un sole vendicativo e che un istante prima di morire e piegarsi in terra, riceve il dono di una rugiada celestiale, così chiuse gli occhi e si fece lavare tutta da quello scroscio fresco e salubre.
Come si diradò la nebbiolina, sprigionatasi dal contrasto di temperature, Mainetti fece per spingere la nostra eroina verso l’uscita, ma ne incontrò la resistenza: “Cosa fai? Dobbiamo andare! Qui non c’è più nulla da fare, non c’è nulla per noi!
Scherzi?”, lo rimproverò Blackgrrrl, “Qui c’è tutto!! Là sotto c’è il motivo per cui io sono qui e probabilmente il motivo per cui morirò e… sticazzi!
Quindi fece con le mani un gesto simile a quello che, più goffamente di suo padre Naruto, faceva Boruto Uzumaki, all’inizio degli allenamenti, quando provava a lanciare il Rasengan e davanti a lei creò una bolla ancora più lattiginosa di tutte quelle fatte fino ad ora e poi ci entrò dentro, con la semplicità di chi lo fa tutti i giorni, come se salisse sull’autobus che la portava in centro.
Avrebbe voluto salutare quel bonaccione di Mainetti, ma non si girò nemmeno a guardarlo, mentre si buttava a precipizio nel gorgo dove tutta quella lava si riversava: come uno stupido lichene o un’orchidea da poco prezzo, incastrati dentro una pallina di plastica trasparente, Blackgrrrl nuotava in un mondo sottomarino che finì ben presto, sul bagnasciuga di una gigantesca grotta, scavata sotto la stazione ed al cui centro si apriva una voragine fumosa e nera come la pece dove tutto quel fuoco si stava riversando, creando una cascata circolare che ricordava, per l’effetto frastornante, quello delle Niagara Falls.
In quel posto il calore era assurdo, come l’interno di un vulcano ed anche la sua speciale bolla di protezione stava cedendo di fronte a tanta forza termica: per la prima volta la testa di Blackgrrrl cominciò a roteare e capì che stava perdendo i sensi.
Mentre si accasciava lentamente a terra, come nella nebbia fuori fuoco di un miope che guarda un film senza gli occhiali, vide dal buco emergere una specie di enorme serpente ed a cavallo di quel leviatano a forma di rettile, c’erano degli uomini o comunque delle sagome che di certo lo ricordavano.
Il suo pensiero corse ai guerrieri Fremen, che nel film “Dune” di Lynch avevano imparato a cavalcare i grandi vermi del deserto e sorrise pensando che, forse, quello sarebbe stato il suo ultimo pensiero, ma mentre una tenebra le cominciava ad offuscare lo sguardo, ebbe quasi l’intuizione di una nuova sagoma all’orizzonte, con uno strano vestito ed un buffo copricapo, che stava agitando, verso il serpente ed i suoi compari qualcosa di simile ad una lancia o una spada.
Mentre stava verosimilmente esalando il suo ultimo respiro, Blackgrrrl pensò che laggiù, in quel buco di culo nascosto sotto Manchester, qualcuno stava conducendo una battaglia per la vita e sperò che a vincere fosse uno dei buoni, perché anche in mezzo al caos primordiale c’è sempre un buono, un eroe che combatte contro i cattivi.
Le labbra con cui quella bocca avrebbe dovuto disegnare un sorriso, sul volto bruciato della nostra eroina, rimasero immobili: l’impulso nervoso, partito dal cervello, era arrivato troppo tardi, perché il corpo oramai morto.
La silhouette che Blackgrrrl aveva solo intravisto si avvicinò al corpo esanime, mostrandosi per ciò che era davvero: un imponente Samurai, in tenuta cerimoniale da guerra.
Il bushi s’inginocchiò al capezzale, appoggiando a terra i suoi stivali, gli tsuranuki, apparentemente incurante dello spaventoso calore che lo circondava; quindi passò lentamente, sul volto inerme di quel corpo annerito, la sua mano destra, vestita con lo yugake, lo speciale guanto da battaglia, muovendosi delicatamente nell’aria, come se stesse accarezzando un campo di spighe di grano.
Infine, un volto indecifrabile, nascosto dietro il mempo, la maschera protettiva del viso, prese evidentemente una decisione ed il guerriero, alzatosi in piedi, dopo aver urlato qualcosa al cielo, affondò la suano-dachi, una katana di grandi dimensioni, direttamente nel petto della nostra eroina defunta e là rimase, appoggiandosi alla sua spada come se stesse riposando o meditando.

-continua-

https://kasabake.wordpress.com/2016/09/25/kasabake-the-gathering-vol-7-wall-street-e-linferno-di-machester/


https://youtu.be/qKggnBh2Mdw


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9 pensieri riguardo “Kasabake The Gathering Vol. 7: l’Inferno di Manchester.”

  1. fufù
    …machecazzo, Li, “trecentomila followers” e ancora queste papere!! no no no, gai no anda ene, no no !! ❓ 😛
    Sei la mandrona del reblog.
    Lo sfondo nero è ganzo, elegante, ma la prossima volta invece di ribloggare al volo, copia il testo (o il post ) interessato nella bozza del tuo nuovo post, salva, riseleziona il testo e cambia colore, salva ….e pubblica: tutochiaro ? O, non vorrai mica lasciarlo così ??
    p.S. Quindi adesso con calma e pazienza, chiedo gentilmente a nome di tutti li 300 e fischia che bazzicano qui, la modifica del presente post ; e fai presto…ajo

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