….call me Pearl…..


Janis era uno stato d’animo più che una cantante……. figura ribelle e diversa s’identificò con quelle immagini di donne nere che in passato avevano raccontato con fierezza la riscossa del loro popolo, insieme alle tenerezze, ai tormenti e agli amori delle loro vite.
Spaccata, lacerata, incoerente… ma piena di una forza devastante che lei riusciva a coordinare e trasmettere solo quando cantava. Dovunque, non necessariamente davanti a un pubblico. In un periodo in cui la musica era immersa in fumi e sconvolta dall’estasi psichedelica, propose la sua forma di rock-blues, forte e caparbia, senza minimamente curarsi dei suoni dilatati che si sentivano in giro.
Non solo, in mezzo a una gioventù che viveva esperienze nuove in fatto di droghe, lei si consacrava all’alcool come una “blues singer” di trent’anni prima; ma riuscì a imporre il suo atipico “standard livin”, perché non c’era nessuno che potesse rimanere indifferente alla sua voce.
Era carta vetrata, implorazione disperata, cosmica richiesta di affetti, certezza di delusioni, di difficoltà di vivere. Lei viveva solo quando cantava. Solo allora viveva.
“Quando canto non penso. Chiudo gli occhi e “sento”, mi sento bene. Ed è davvero come un impeto, capite cosa voglio dire? E’ un momento molto intenso. Quando è passato puoi ricordarlo, ma non se sei di nuovo consapevole fino a quando non accade di nuovo. E allora è tutto li di nuovo, e avanti. E’ un grande momento, capisci? Come un orgasmo: non puoi ricordarlo, eppure lo ricordi.”
Le risultò odioso affrontare certi meccanismi che il “music business” impone ai nomi più celebri: interviste, concerti ogni sera e – spesso – anche due volte al giorno, sedute fotografiche….. Janis, da buona “folk” qual’era, riuscì a malapena a inserirsi nel meccanismo con un po’ di grazia. Si inviperì solo quando qualcuno le chiese perché cantasse come Billie Holiday: “Non hai capito niente, babe, se dici questo. Billie Holiday e io non abbiamo niente in comune. Lei cantava le sue canzoni con grazia, trascinava le note in modo sinuoso, come un serpente, quasi. Io invece le afferrò con la grazia di …. Un elefante.” No, se a una “blues singer” Janis poteva essere paragonata, questa non era certo Billie, ma Bessie Smith. Sul palcoscenico Janis si muoveva esattamente come una “mama” nera di 115 kg. Eppure era magra; ma i suoi abiti “patchwork”, i suoi braccialetti, le sue piume (adorava entrare in scena con le piume in testa) e le enormi pellicce, la sua figura acquistava regalità maestosa tipica delle “grandi matrone” del blues. E davanti al microfono non aveva la grazia di Billie o di Ethel Waters, ma il “feeling” spezzato di Willie Mae Thornton, o la presenza magnetica di Bessie. Creatura fragile ,bianca con la voce da nera…urlava ogni sua emozione in modo coinvolgente e forte, a volte con dolcezza mista a dolore……. Alle sei di domenica 4 ottobre del 1970, Paul Rothchild aspettò invano Janis agli studi. John Cooke, il “road manager” di Janis, la trovò riversa per terra, nella sua camera, la bocca piena di sangue e il naso rotto nella caduta. Aveva 4 dollari e 50 cents stretti in mano e un pacchetto pieno di sigarette accanto. Nessuna traccia di droga intorno. Solo qualche segno di puntura sulle braccia. “voi giornalisti mi chiedete sempre se io morirò giovane e in modo tragico come le blues singers delle vecchie generazioni. Credo proprio che sarà così”. Janis senza dire niente neanche agli amici, aveva ripreso a bucarsi, e l’eroina, insieme ad alcune pastiglie, aveva avuto un effetto letale. Myra Friedman, nella loro ultima conversazione telefonica, l’aveva sentita strana. “Che c’è Janis?” aveva chiesto. “Niente sono solo innamorata”. “Sono stufa e stanca di questo nome; chiamatemi Pearl“….. 27 anni…come un’onda anomala si abbattè sul Mondo lasciandoci musica e testi ormai leggendari…….

E’ come se Tu la cantassi per me Ogni volta……grazie di tutto piccola ragazza triste.

L.

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18 pensieri riguardo “….call me Pearl…..”

  1. Uno spirito libero, un dannato spirito libero. Ma come per molti suoi coetanei, anche di oggi, la linea tra indipendenza dai formalismi della società e dipendenza da sostanze pericolose si è rivelata letale.
    Hai reso magnificamente quest’artista che ha fatto la storia della Musica. Può piacere o non piacere, ma di certo Janis Joplin è destinata a rimanere nella Musica. Un’altra colpita dalla “maledizione” del Club 27. Non riesco a immaginare se tutti questi artisti fossero vissuti quanto avrebbero potuto cambiare la Musica.

    Piace a 1 persona

    1. Erano e Sono Dei…
      Non so’ cosa sarebbero diventati se avessero vissuto di piu’…
      Checche’ se ne dica,se loro nn ci fossero stati non avremmo avuto tanti altri…

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