The Gathering Vol. 19: Reunion, Side A.


Il sottotitolo di questo post avrebbe potuto essere “La Morte è sopravvalutata”, visto che qui parleremo di come cristallizzare il momento del decesso attraverso la perfetta imbalsamazione, di come rinascere a nuova vita dalle proprie ceneri ed infine di come aggirare il tristo mietitore, resuscitando e girovagando sotto forma di ectoplasma.

Senza ulteriori indugi, lasciamo quindi spazio al capitolo 16 del nostro Gathering ed a seguire l’attesissimo terzo Chronicle del maestro Gregoroni!

“Incredibile…” mormorò a bassa voce Anthony Hopkins, mentre osservava perplesso ed affascinato il Banco de la meditación, nomignolo con cui è ancora oggi indicata una piccola panchina in cemento bianco, situata appena fuori della cripta dove furono sistemati i cadaveri mummificati della famiglia Knoche: su quel sedile, la fedelissima infermiera Amalie Weiman si era fermata ogni giorno, nei 25 anni successivi alla morte dell’ultimo abitante della casa in cui aveva servito, a ricordare il suo mentore ed i suoi congiunti, i cui corpi lei stessa aveva contribuito a preservare per sempre, usando proprio quella misteriosa e portentosa formula per l’imbalsamazione dei cadaveri, per la quale il nome del suo inventore è tutt’ora avvolto in un alone di mistero e di leggenda.

Inserite nel contesto più ampio del Parque Nacional El Ávila (lo splendido polmone verde che, con i suoi boschi lussureggianti, dà ossigeno alla città di Caracas), le rovine della villa e del laboratorio del chirurgo tedesco Gottfried Knoche sono oggi una meta turistica molto particolare, per chi abbia voglia e forza per affrontare un’arrampicata di almeno 30 minuti, in mezzo alla vegetazione ed al caldo, tragitto senza dubbio difficoltoso, ma non evitabile, nemmeno se si è partiti dalla capitale muniti di un fuoristrada a trazione integrale, perché, dopo aver attraversato Boca Tigre ed essere arrivati al settore di San José de Galipán, si deve comunque lasciare qualsiasi mezzo meccanico ed inerpicarsi a piedi per lo stretto sentiero che conduce infine al mausoleo.

Trilce Marsh Vázquez si trovava in quel luogo per uno scopo preciso e con un compito molto più elevato che non cercare di scoprire chissà quale mistero: era là per fornire quel particolare conforto che solo unaVodoo Queen è in grado di portare a degli spiriti altrimenti irrequieti, qualcosa che nel nostro piano materiale di esistenza sarebbe l’equivalente di una carezza caritatevole e di un addio commosso.
Per questo, anche se già molto tempo prima aveva percepito l’avvicinarsi di Hopkins e degli scagnozzi al suo seguito, si era ugualmente decisa a restare in quella cripta, in piedi, vicino ai loculi semi-cilindrici che un tempo avevano ospitato tutte le mummie della famiglia Knoche, oggi solo parzialmente ricomposte dai curatori del sito storico, dopo che per anni i vandali ne avevano fatto scempio, sparpagliandole nel parco antistante.
“Il tuo padrone ti ha fatto sudare non poco per arrivare a piedi fin quassù” sibilò Trilce, parlando senza girarsi verso l’uomo bianco che nel frattempo era entrato nella cripta dalla porta alle sue spalle.
L’attempato attore inglese inclinò la testa verso il basso, sorridendo a denti stretti, come chi cerca di mantenere un contegno anche dopo essere stato smascherato nei suoi intenti: “Si, una lunga camminata effettivamente… ma nulla che non potessi affrontare con un abito in fresco lino ed un cappello Panama per ripararmi dal sole”
Toccando delicatamente la tesa del copricapo con le dita della mano destra, quasi a saggiarne lo spessore, aggiunse poi sorridendo: “Questo, ad esempio, lo hanno confezionato a mano nella città di Cuenca, in Ecuador…”
“Ah, dimenticavo!”, disse ancora, con fare teatrale, “ovviamente l’aiuto maggiore mi è stato offerto da questi supporti articolari, gentilmente offerti dai laboratori di biomeccanica del mio… padrone!”
Tirando su una gamba del suo pantalone leggero, Sir Anthony mostrò a Trilce delle staffe che ruotavano attorno al polpaccio, arrampicandosi luccicanti verso la coscia: “una specie di parziale esoscheletro, in grado di farmi correre in salita, se solo volessi, più velocemente persino di un campione di WMRC!”
La lunga gonna di Trilce si mosse, come se tutta la sua persona avesse fatto una piroetta danzante, ma la nostra Regina non si era in realtà mossa di un millimetro dal centro della cripta, tanto che per un breve istante Hopkins pensò che ella non fosse davvero lì dentro con lui, in quella stanza, immaginandola più come una proiezione o un ologramma, anche se poteva vedere distintamente la sua ombra, proiettata sul pavimento in terra battuta.
“Non hai alcun rispetto” gli disse infine Trilce.
“Parli del mio cappello? Devi perdonarmi se non me lo sono tolto entrando, ma non vedo nessuna signora a cui rendere omaggio… davanti a me c’è solo una concubina del demonio… un abominio che abusa dei suoi poteri per calpestare l’umanità… ma in fondo, Trilce, potresti anche rivelarti utile e magari ritagliarti persino un ruolo di primo piano nella tragedia che stiamo mettendo in piedi…”
L’uomo aveva pronunciato quelle frasi offensive ed aggressive con la calma misurata del potente che sta per sferrare un attacco irrefrenabile: di colpo il cielo fuori della cripta si oscurò, coperto dalla sagoma di un gigantesco aeromobile che stava planando sulla tenuta, ululando in modo crescente ed abbagliando il terreno, con i suoi proiettori inferiori, di una sinistra luce giallognola, che penetrò fin dentro la tomba di famiglia.
“Abbandona al loro patetico destino quel gruppetto di scribacchini super-dotati!”, urlò Anthony Hopkins per compensare il crescente fragore del velivolo all’esterno, simile ora ad un gigantesco aspirapolvere della Dyson: “Tu sei un tramite tra due mondi e sai benissimo che questo in cui siamo ora sta per avere un nuovo dominatore!! Non sprecare il tuo tempo!”
Al rumore delle turbine, si erano poi aggiunti i colpi sordi e le vibrazioni di un vero e proprio esercito di soldati che stava sbarcando con la propria attrezzatura da combattimento, atterrando sul prato e sistemandosi tutto attorno alla villa.
In pochi minuti tornò infine il silenzio e persino il bagliore artificiale, che aveva squarciato la penombra della cripta, fu come riassorbito nell’umido grigiore delle mura ammuffite della tomba.
Il vecchio interprete di origini gallesi si accostò ad una delle mummie adagiate nel suo nudo sepolcro, ovviamente non l’originale, ma una sua ricostruzione: “Il tassidermista di Dio”, disse in modo enfatico, “così hanno definito il dottor Knoche, per la sua incredibile capacità di cristallizzare l’aspetto fisico delle sue mummie senza nemmeno svuotare i corpi dalle loro interiora… Soldati, uomini politici, artisti, ma anche perfetti sconosciuti, uomini i cui cadaveri non furono mai reclamati: tantissimi furono oggetto del suo straordinario lavoro…”
Trilce seguiva con sguardo severo il suo inatteso ospite che, mentre parlava, si stava anche lentamente avvicinando a lei, dissimulando con noncuranza il suo incedere, ma la manovra circospetta non era sfuggita agli occhi corvini della nostra Vázquez, sotto alle cui lunghe ciglia aleggiava un inquietante e strano bagliore luminoso, cangiante dal rosso al blu.
“Per gli indigeni Gottfried Knoche era un benefattore!” continuò Hopkins, parlando del prodigioso medico tedesco, quasi fosse quello davvero lo scopo della sua visita, “un medico filantropo, che aveva donato tutto se stesso per aiutare i malati ed i bisognosi, sacrificando evidentemente anche le aspirazioni sociali della sua ricca famiglia borghese, venendo a vivere in questa landa povera e desolata…ma era anche un testardo ricercatore, che conduceva notte e giorno esperimenti, per affinare la sua formula segreta per la perfetta imbalsamazione!”
Il prestigioso ex-membro della SAG, ora venduto ad Ezekiel, fece una breve pausa per togliersi il cappello ed asciugarsi la testa umida di sudore, passandoci sopra un fazzoletto con la mano destra. Quindi si rimise il cappello, con quel modo affettato che sembrava imitare lo stile Humprey Bogart e proseguì: “Eccoci infine al suo capolavoro… la mummificazione di se stesso… compito che affidò alla sua assistente più fidata, la devota Amalie, che su precise istruzioni inoculò a Knoche il misterioso liquido, mentre questi era ancora vita, anche se senza più alcuna speranza di guarigione…”
Era oramai arrivato vicinissimo a Trilce, praticamente di fronte. Allungò lentamente un braccio, per sfiorare uno dei veli che la vestivano e che si muovevano da soli, come sospinti da una brezza sommessa, tuttavia inesistente.
Con una timida aria di sfida, come un giovanotto che deve farsi coraggio nel dichiarare il proprio amore, la guardò dritto in viso e le chiese: “Il dottor Gottfried Knoche fu un eroe della scienza medica, ma anche una persona ossessionata, un folle che collezionava morti…e tu, regina, cosa ami collezionare?”
In tutta risposta, con un movimento di rara eleganza, Trilce ruotò delicatamente su se stesso il suo avambraccio sinistro, inclinandolo poi verso il basso, come a far scendere verso la mano degli invisibili bracciali circolari ed effettivamente delle anelle di luce bluastra, appena percettibili, si mossero come in un soffio, arrestandosi tutte assieme sul polso, bloccate da una serie di perle luccicanti, incastonate con delle punzonature argentee infilate direttamente nella pelle.
“Quei gioielli sembrano dei percing molto particolari” disse con tono pacato il suo interlocutore, “ed anche molto preziosi, direi…”
“Sono anime” sentenziò gelida Trilce. “Anime di defunti offerte a me in dono da una divinità sotterranea, in cambio della mia compagnia… ma questo è accaduto una vita fa” ed accompagnò quest’ultima frase con un sorriso beffardo, girandosi maliziosamente di tre quarti.
Quando però, dopo un brevissimo istante, tornò a fissare il suo interlocutore, fu come se Dio avesse spento il sole ed il gelo dello sguardo della Regina Vodoo era divenuto il gelo nel cuore di Hopkins, che ad ogni secondo che passava si rendeva sempre più conto di essere in presenza di un’entità a metà strada tra il nostro mondo e quello sovrannaturale, mettendo in discussione tutto quello in cui aveva sempre creduto.
Quindi, con una voce che risuonò come un’eco rimbombante tra le pareti, lei gli parlò: “So bene che Ezekiel sta assumendo il governo di questo mondo, che possiede le ricchezze da cui dipendono gli eserciti, che controlla i governi ed i flussi migratori, che decide le rivoluzioni e le repressioni, che gioca con la vita e le speranze di miliardi persone e soprattutto so anche che da anni, dopo aver usato i suoi scienziati ed i suoi medici per bloccare il decadimento cellulare e vincere la morte, sta cercando di spingersi ancora oltre, ponendosi come giudice supremo di tutte le anime e costruendo il suo inferno sulla terra, ma il mondo degli spiriti è regolato da forze che sfuggono al suo controllo e che non possono essere comprate, in alcun modo possibile!”
“E allora regalagliele tu, Trilce!”, esclamò di colpo Sir Anthony. “Unisciti a lui e salva i tuoi amici da una morte certa! Usa i tuoi poteri per aprire ad Ezekiel le porte dell’aldilà e poi siediti al suo fianco per governare assieme questo mondo!! Nessuno potrà fermarvi ed anche tutte le ingiustizie di questa vita, che tu tanto odi ed i cui torti cerchi ogni volta a tutti i costi di evitare, semplicemente non avrebbero più luogo, perché assieme voi due deciderete che è così che dovrà essere!”
L’eccitazione che gli aveva pompato adrenalina nel cuore, tanto da fargli urlare quelle parole proprio in faccia alla persona che in quel momento temeva di più al mondo, dopo il suo padrone, si trasformò in disagio quando Trilce si limitò ad osservarlo in silenzio.
Poi, senza aprire la bocca, ma solo fissandolo dritto negli occhi, lei gli rispose: “No”
Anthony Hopkins chinò di colpo la testa, con movimento costruito, come fa chi vuole sottolineare la frustrazione di aver udito la cosa sbagliata una volta di troppo: “No? Ma lo sai che non hai speranze? Hai pensato bene che nessuno voi ha speranza contro Ezekiel? Che continuare a combatterlo e a contrastare i suoi piani significherà solo accumulare dolori e morti inutili tra di voi?”
Trilce continuava a guardarlo in silenzio, come se stesse comunque soppesando le sue parole.
“Ciò che Ezekiel è in grado di mettere in campo contro i tuoi presunti eroi blogger è la macchina da guerra omicida più potente ed articolata che l’uomo abbia mai visto!! Scontrarsi con lui non sarebbe una battaglia, ma un suicidio!!!”
Infine, quasi stremato da quella conversazione a senso unico, l’uomo rivolse un’ultima preghiera alla Regina Vodoo: “Smetti di aiutarli, smetti di negarti a lui… nessuno di voi ha il potere per fermarlo davvero…”
Inaspettatamente Trilce Marsh Vázquez aprì la bocca e gli parlò: “Hai ragione, nessuno di noi ha questo potere, ma so chi potrebbe averlo…”
Mentre il servo di Ezekiel, ancora stupito e spaventato per quell’affermazione temeraria, la continuava a fissare a bocca semi aperta, quella donna, che lui aveva avuto la sfrontatezza di definire prostituta infernale, chiuse gli occhi e cominciò rapidamente a sfumare dentro un’aura di luce bluastra e quando i suoi contorni stavano per svanire definitivamente, la sentì dire: “Il nostro incontro è finito. Ti rivedrò all’inferno.”
La luce scomparve e con essa Trilce, lasciando da solo nella cripta l’uomo con il cappello Panama e l’abito di fresco lino, mentre udiva provenire i rumori dei soldati che accorrevano inutilmente sul posto.

Liza si drizzò sul divano, dove si era sdraiata pochi minuti prima, distrutta dalla stanchezza.
“Chi mi chiama?” urlò alla stanza deserta. “Non potete lasciarmi in pace qualche ora?”
Ruotò la testa leggermente, quasi a cercare di cogliere le onde sonore lontane di qualche voce indistinta, mentre corrucciata in volto cercava di capire se la voce che aveva appena udito non provenisse per caso da dentro la sua testa.
“Qui ci vuole un caffè, ma uno bello forte…” borbottò a voce alta, sapendo bene che nessuno la stava sentendo.
“Liza!” di nuovo quella voce, ma questa volta era sveglia e sapeva che non veniva da fuori e nemmeno da un prodigio… uno di quei cosi che solo PizzaDog vedeva e che usava come telefono senza fili…
Non rimanevano molte alternative, cazzo! Sapeva chi la stava chiamando ed anche se una piccola parte di sé, quella razionale, la faceva sentire un po’ stupida nel vedersi parlare verso il guardaroba, ugualmente domandò ad alta voce: “Trilce! Ti sento… che succede?”
“Preparati, stanno per venire a prenderti!” Poi, come se non fosse tutto già abbastanza assurdo, la Vodoo Queen continuò: “Non dimenticare di portare con te la tua Katana… Dobbiamo ridare un corpo a quell’anima e far nascere una Fenice dalle ceneri!”
La voce nella testa di Liza tacque di colpo e ritornò il normale brusio di sottofondo.
“Una Fenice, niente meno…” Liza questa volta si ritrovò a sorridere, mentre si dirigeva verso il guardaroba, dalla cui oscurità estrasse la lama luminosa che tanto faticosamente aveva fatto recuperare al golem samurai e che ora finalmente sarebbe tornata a giocare il ruolo che il destino le aveva riservato.

Un bel peperino la nostra Trilce, non c’è che dire!
In questo momento sono sicuro che stiano anche fischiando fortissimo le orecchie della tenace e combattiva Liza, oramai costretta ad assistere alle magie più oscure e spaventose in circolazione… roba da far accapponare la pelle ai più temerari…

Avevamo annunciato anche il nuovo diario di viaggio di Gianni Gregoroni ed eccolo, dunque, in tutta la sua magnificenza storica, tra guerre sante, spadoni, santoni, combattimenti e… Vin Diesel!

C’è qualcosa nell’aria, anzi no è nella mia testa, che mi dà fastidio, la sensazione che ci sia ancora una voce: il messaggio di PizzaDog mi ha lasciato ancora più vuoto di come mi sento quando rientro nel corpo. Ho ancora in mano il panno con cui stavo passando l’olio…
Ma come è successo tutto?
Semplicemente l’amico Vin mi ha riportato indietro, dentro il mio corpo e subito sono ritornato al presente, alla concreta esperienza diretta che i miei limitati sensi mi danno.
Peccato non avere né visto né sentito cosa stesse facendo Ezekiel, ma poco importa ora.
Ricacciato indietro, senza fare troppe domande, seguo l’energumeno nella sua muscle car – dannazione, ma allora è vero che guida questi ferri – e subito vengo sbattuto indietro dall’accelerazione.
“Ehi, grazie, ma sono ancora un po’ troppo scosso per subire il quarto di miglio sulla schiena!“, faccio.
“Allora, cosa hai visto quando eri fuori?” Domanda con voce scura.
Non so cosa rispondere, quantomeno non ancora, perché non so di chi fidarmi e sinceramente non so come descrivere quanto ho visto: “Ho visto Ezekiel arringare quella piccola folla di vip, di piccole personalità della città e della contea”
“Brutte cose?”
Annuisco.
“Lo sospettavo… Sei abbottonato, questo mi fa capire che non c’è da fidarsi di nessuno, nemmeno di me.”
Non posso che sorridere: “Quello che ho visto va oltre la mia capacità di capire le cose. C’è in atto un qualcosa di potente che, se vogliamo, può venire definito diabolico e sì, non mi fido di nessuno, tranne di quei pochi con cui ho condiviso il pensiero.”
“Capisco.”
I minuti seguenti li passo in giro per la città, poi per strade secondarie e alla fine in una specie di magazzino di periferia di cui Vin ha il telecomando del cancello automatico.
Ci fermiamo davanti alla saracinesca dello stabile. Le ventole di aerazione in alto, nelle finestre sbarrate, si muovono cigolando, gomme consumate di auto sportive sono ammucchiate in un angolo del piazzale.
“Ti lascio il mio numero speciale. Forse ti dovrò scarrozzare ancora in giro.”
Prendo il foglietto: “Grazie.”
“Prima che me ne vada, queste sono le chiavi e…” va verso il bagagliaio dell’auto “…Questo borsone è tuo.”
Sobbalzo, aguzzo la vista. Quel borsone è mio, ma era a casa mia o meglio in quella che fino al giorno dell’incidente era casa mia. Lo prendo. E’ pesante come lo ricordo.
Mi guarda con un ghigno, forse un sorriso.
“Come diamine…”
“Non devi ringraziare me ma la Legacy.”
Entra in auto, che mette in moto, fa retromarcia fuori dal cancello e sparisce col motore che tuona e le ruote che stridono.
Sono lì da solo, col borsone, le chiavi, il magazzino.
Schiaccio il pulsante del telecomando del cancello, che lentamente si chiude e poi cerco la chiave della saracinesca.
Apro ed entro, nel buio. C’è qualcosa che mi fa prudere la nuca, non è mai stato il mio stile agire direttamente, ma probabilmente questa volta dovrò farlo.
Mi muovo nella semi-oscurità all’interno di quella che probabilmente era un’officina. Trovo un ripiano, un tavolo da lavoro, ci appoggio il borsone e lo apro. Dentro so già cosa troverò.
Ironia della sorte, sul tavolo ci sono rimasugli di carta abrasiva e vicino ad una parete un bidone di lubrificante per ingranaggi. Mi ci avvicino, ora posso anche smettere di zoppicare, vedo nel bidone un po’ di liquido scuro, sorrido, amaramente.
“Diamoci da fare!” dico rivolto a me e al silenzio vuoto dell’officina.

Apro la zip e ripenso al passato, dentro c’è la mia vecchia spada, avvolta nel panno di lino.
E’ passato del tempo, davvero tanto tempo da quando ho eseguito questi gesti: prendere la lama, mettervi alcune gocce di olio, passare la carta abrasiva, poi togliere il nero con un panno pulito e di nuovo l’olio. Ricordo l’odore dell’olio di pietra, come lo chiamavamo noi il petrolio in quel secolo. Di tempo ne è passato e questo probabilmente è olio sintetico, ma la spada è sempre la stessa. Già la spada…
Guardo nel vuoto e ricordo.
La nave dalle vele quadrate che mi aveva portato in Sicilia era approdata a Milazzo dopo non poche peripezie. Io avevo vomitato anche il cuore, mentre l’anima l’avevo persa in Calabria qualche settimana prima, difendendomi dalle accuse di stregoneria.
Una storia assurda iniziata poco dopo aver difeso un vecchio cerusico da qualche parte sulle montagne. Ne ricordo ancora la faccia. Si chiamava Nataniele, chissà dov’è finito quell’uomo basso dalle dita grosse e gli occhi nascosti dalle ciglia.
Guardo ancora la spada… E’ da allora che non rivedo questo arnese, da quei giorni in cui tentavo l’avventura in Terra Santa e nemmeno sapevo il perché, tranne forse che ero abbastanza giovane, non abbastanza saggio e soprattutto terzo figlio di un nobilotto da poco.
Non ricordo bene cosa feci di preciso nei giorni successivi, avevo la testa piena dei pensieri miei e del carceriere, tanto da andare spesso in confusione e perdermi.
Se la spada è qui è per ricordarmi quei giorni, per ricordarmi di come sono finito praticamente sgozzato sulle alture dell’Aspromonte e su come mi sono liberato. E’ lì che ho scoperto cosa potevo fare veramente, è lì che ho incontrato Nataniele.

L’uomo stava curando alcuni viandanti che percorrevano la via per il mare, come facevo io, quando si era presentato un ragazzetto. Non so come sia andata davvero tutta la faccenda, non so cosa sia successo veramente, però ho visto Nataniele seguire il ragazzo col volto preoccupato. Avevo visto in azione quell’uomo e solo ora so che sapeva ridurre fratture, curare con le muffe, cucire le ferite con aghi sterili. All’epoca mi sembrava solo un bravo cerusico, un uomo di cuore che accorreva per pochi spiccioli e un pasto dove occorreva, ad altri appariva come uno stregone.
Lo rividi il giorno dopo incatenato. Domandai cosa fosse successo, mi risposero che era un diavolo, che aveva fatto respirare un bambino morto e salvato una donna che già aveva visto la porta degli angeli.
Perplesso e soprattutto infastidito, cercai di parlare in suo favore, in fondo non mi sembrava possibile. Per risposta venni scacciato in malo modo. Fu questo a farmi agire quella notte, non perché io volessi impedire un’ingiustizia, ma solo perché mi avevano trattato in modo non consono al mio rango.
Alla fine però fui preso, tradotto in catene e imprigionato insieme all’uomo che volevo salvare. Fu lì che lui mi spiegò che dovevo morire per salvare la vita di entrambi.
Era ovviamente un pazzo, pensai…
Mi si avvicinò: io ero legato mani e piedi, mentre lui solo ad una gamba e con un piccolo pezzo di metallo tagliente che aveva nascosto, mi tagliò la gola.
Furono i secondi più terribili della mia vita, vedere questo folle avvicinarsi, non riuscire a muoversi e sentire la lama che morde la carne, il sangue sprizzare, il calore tra le dita, la vita che scorre via.
Quando uscii per la prima volta dal mio corpo e vidi il mio cadavere e soprattutto sentii parlare il mio assassino, fu la seconda più grande sorpresa di quel giorno!
Mi spiegò come lo avesse sempre saputo, mi disse chi pensava io fossi e mi spiegò come fare per liberarci e soprattutto mi spiegò dove trovare i suoi effetti, la sua borsa con le erbe.
Quello che seguì lo ricordo come una sequenza di immagini, spezzoni di pellicola dai pochi colori… Entrai nella testa di uno dei carcerieri, rimasi dentro il suo corpo in spirito, praticamente lo muovevo come un burattino. Quella notte andai ospite del corpo del carceriere fino al luogo dove avevano buttato gli averi di Nataniele, trovai anche la mia spada, poi guidai lo sfortunato alla cella il tutto con una facilità di cui tutt’ora non mi capacito e poi ci liberai.
Il cerusico, mentre legava il carceriere, mi disse che erano anni che si preparava a quell’evento, lui sapeva. Con delle misture che ora conosco bene, fuse di nuovo lo spirito nel mio corpo.
Rientrare nel mio guscio di carne fu una sensazione che non dimenticherò mai, soprattutto non dimenticherò mai la confusione di pensieri: una parte minima dei pensieri dell’uomo di cui mi ero servito era rimasta in me, ma fortunatamente se ne andò ma ci vollero giorni.
Scappammo via, in fretta, nell’oscurità, andammo tra le montagne, dove restammo rintanati. Come fummo distanti dal pericolo mi toccai la cicatrice sul collo che si rimarginava velocemente e vomitai.
Restai con il vecchio cerusico per dodici giorni. Questi mi spiegò tante cose, ma della pericolosità del restare nel corpo degli altri, quello l’ho imparato da me, molto tempo dopo.
Fondersi col corpo ospite implica il pericolo di perdere il proprio, ma significa anche potere usare il corpo di un’altra persona, appropriarsene letteralmente.
Ecco, è questo il mio vero peccato. Questo, il non volere morire e usare perciò il mio potere per entrare in corpi nuovi e vivere praticamente per sempre.

La spada ora è qui: di ritorno dalla Terra Santa, io l’avevo lasciata nella casa di mio padre, quindi se è qui può solo significare che ciò che dobbiamo affrontare è molto più grave del previsto e che soprattutto conosce la mia storia…
Però mi chiedo: che se ne fa un guscio vuoto come sono io di una spada di acciaio vecchio?
Nel mio passato non c’è solo questo ovviamente: c’è l’incidente, il motivo per il quale con questo corpo io devo fingere di zoppicare, il motivo per il quale Emma, ha tentato di uccidermi o per la precisione ha tentato di uccidere qualcuno con le sembianze di suo padre.
Ma questa è davvero un’altra storia.
La lama è lucida adesso, sorrido…
Nataniele a ripensarci adesso assomigliava a Giancarlo Giannini.
Credo sia giunto il momento di concentrarmi e…
Un suono, il cellulare squilla.
Rispondo e resto di sasso. E’ Nataniele.
“Certe cose ritornano e così anche io” mi dice, ridendo.
La linea cade, il prodigio di Lapinsù mi dà una sferzata violenta, segno che vuole tutta la mia attenzione.
“Eccomi” rispondo, “dove si va stavolta?“

-continua qui-

https://kasabake.wordpress.com/2017/08/07/the-gathering-vol-19-reunion-side-a/

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