Nel deserto.


Dai Grandi Antichi un briciolo di follia….

(Illustrazione di Jae Lee per la grafic novel La lunga via del ritorno, tratta da la serie La Torre nera “l’araldo”)

https://murodelsogno.wordpress.com/2018/01/01/nel-deserto/

Il Sole cocente brillava alto in cielo, inclemente e spietato, forse inconsapevole della sua potenza e dei suoi effetti. La sabbia bruciava sulle mutevoli dune mai uguali, tanto speciali da regalare un paesaggio differente ai mangiatori di carogne abbastanza forti, e spietati, in grado di vivere in quel deserto.
L’anziano missionario faticava a reggersi in piedi, barcollando stremato nel corpo e nello spirito. Già da molti anni aveva messo in conto che la sua non sarebbe stata una vita semplice, che sarebbe potuto morire cercando di portare la parola e, soprattutto, il conforto del Signore a chi piú ne aveva bisogno. I popoli che non hanno nulla, che non hanno mai conosciuto il tocco di Dio, dell’unico dio realmente esistente…

Una risata gli si strozzò in gola, «unico dio… esistente…», poteva essere stato piú sciocco? Piú sprovveduto? Per tutta la vita si era accontentato di una favoletta. Rassicurante, certo, ma non abbastanza per basarci tutta la propria vita, purtroppo. Non solo vi aveva basato la propria esistenza, addirittura cercava di farcela basare anche agli altri. Come se non ci fossero già abbastanza stupidi al mondo!
***

La perdita di sali lo faceva tremare, facendogli formicare gli arti e rendendogli l’avanzata sempre piú ardua: lo avevano avvisato, quando era partito, del pericolo che poteva rappresentare il Sole, ma ora non aveva altra scelta che gettarsi a perdifiato in quella torrida morsa mortale perché non poteva restare ancora in quel villaggio, non con il rischio che profanassero le carni una volta ucciso. Non lo spaventava la morte, quello che sarebbe venuto dopo lo terrorizzava. Ciò che sarebbe accaduto al suo corpo ed alla sua “essenza”, cosí l’avevano chiamata. Chiaramente non scherzavano e non parlavano per metafore: gli avevano mostrato i monili realizzati con quel metallo innaturalmente caldo, istoriati con quegli abominevoli glifi che, solo a vederli, facevano girare la testa, e fatto leggere una traduzione blasfema di un tomo antico come il mondo. Alcuni stralci di quell’assurdo testo, formule e pratiche per ottenere l’immortalità della carne, per la trasmigrazione dei pensieri. Tecniche per restare vivi una volta morti, strumenti per simulare l’esistenza e torturare in eterno i malcapitati mandati in viaggio tra le stelle.
***

Le pareti della capanna erano erano ricoperte di ossa umane, forse interamente costruite con esse, fu una visione devastante per il povero missionario che, improvvisamente, realizzò che lui doveva essere la prossima vittima di quella tribú degenerata aveva designato come offerta per le loro oscure ed impronunciabili divinità!

Cosí, come un ossesso, si lanciò verso l’uscita di quella angusta trappola, tra le risate delle iene che già pregustavano il sapore del suo sangue ma, fatti una decina di metri scarsi, di fronte a lui si palesò l’uomo piú alto, e vecchio, che avesse mai potuto vedere: la pelle incartapecorita era una costellazione di rughe e solchi scavati dal tempo, i capelli grigi e voluminosi sembravano fatti di polvere, i denti consumati dalle ossa rosicchiate e le mani deformate dall’artrosi inarrestabile; ma la sua voce, una voce non umana, querula e gracchiante, carica del peso dei secoli che accompagnava quel corpo impossibile, lo fece trasalire definitivamente, paralizzandolo sul posto.

Le oscure parole, che udiva pronunciate da quell’uomo mostruoso, erano le stesse del libro che gli avevano fatto leggere nella capanna! Non le conosceva, né poteva capirle, ma in qualche modo era in grado di comprenderne il significato, come se fossero versi di un idioma dimenticato però sempre presente nel suo cervello.

Era un incantesimo, non c’erano dubbi. Non poteva essere possibile, se ne rendeva conto, eppure un essere immortale stava pronunciando le parole di una magia oscura, proprio di fronte a lui. Proprio per lui!
***

Queste oscure parole erano foriere di morte e di dannazione, entrandogli dentro la mente la mente, gli mostrarono mondi ed esseri che non aveva mai neppure potuto immaginare nei suoi incubbi peggiori. In quel momento comprese la menzogna della sua sua vita, della vita che tutti gli uomini conducono, ignari dei veri orrori che affligono il mondo, convinti delle loro credenze, rassicuranti dalle loro traballanti cosmogonie e dalle imprecisioni fisiche che si illudono di conoscere.

Doveva correre quindi, scappare da quel maledetto villaggio, non gli restava nulla, se non correre fino a farsi scoppiare il cuore, per allontanarsi il piú possibile da quel luogo, nonostante l’età, la mancanza di forze ed il clima mortale che circondava quell’oasi di distruzione.

Se solo fosse riuscito a mettere la giusta distanza tra lui e quei demoni, pensò, magari sarebbe riuscito anche a distruggere quell’altare blasfemo al centro del deserto di cui parlavano le parole che aveva appena sentito. L’altare di cui solo ora a conoscenza, realizzato con quel metallo alieno e maligno con cui erano stati costruiti quegli orrendi monili. Sí, avrebbe dovuto distruggerlo, anche a costo di sacrificare la propria vita, se questo avrebbe potuto ostacolare in qualche modo quell’incubo. Perciò si trovava adesso a correre nel deserto, sotto al Sole assassino di quelle latitudini, d’altronde meglio essere cibo per gli sciacalli e gli avvoltoi che per quei mostri orrendi!

Nelle sue orecchie riecheggiavano le risate beffarde e le minacce esplicite che gli avevano rivolto, tanto da offuscargli la ragione. Non poteva avere dubbi o incertezze, d’altronde, perché non gli era stato dato neanche il tempo di assimilare l’orrore che che lo avevo colpito in pieno volto, facendogli saltare i nervi, lasciandolo in un tanto desolato, quanto sconfinato, oceano di sangue e disperazione.
***

La sabbia cedevole sotto il suo peso lo faceva arrancare, costringendolo a muoversi carponi per superare le dune piú alte e ripide, mentre il Sole sembrava continuasse a farsi beffe di lui, arrostendogli la carne ed accecandolo col riflesso che quel candido ed insidioso terreno gli restituiva.

Nelle sempre piú frequenti soste, i pensieri che si alternavano nella sua mente, erano quelli di resa incondizionata, cioè di abbandonarsi nel deserto, magari tra l’avallamento di due dune, destinato ad essere cibo per saprofagi o “mummifficato” dal calore; e quelli di vana speranza, di riuscire ad arrivare al centro di quello sconfinato inferno e, in qualche modo, di bloccare quel disastro che stava per compiersi e che solo lui, vecchio e senza forze, poteva fermare.

Passarono giorni interi cosí, tra sofferenza ed allucinazioni dovute al caldo, alla disidratazione ed alla disperazione, sorretto solo da quel pallido appiglio di non rendere vana la sua morte, incapace di morire ma anche di opporsi al suo tragico destino fato, finché una sera, sotto l’algido e crudele occhio delle stelle, vide qualcosa muoversi di fronte a lui, a pochi metri di distanza dalla conca in cui si era sistemato per sopportare le rigide temperature notturne. Era qualcosa che si muoveva molto rapidamente, indefinibile e non catalogabile, non poteva essere un avvoltoio né, tantomeno, uno sciacallo o un’altra fiera. Poi d’improvviso, un’altra figura si mosse dietro a quella precedente, e poi un’altra e un’altra ancora: masse informi, perfettamente mimetizzate col suolo sabbioso, che si muovevano tutte nella stessa direzione.

Oramai incapace di fare distinzione tra sogno e realtà, non ebbe il minimo dubbio sulla possibile veridicità di quella scena tanto particolare. Strisciando sulla sabbia cercò allora, di avvicinarsi facendo bene attenzione a non farsi vedere, al punto verso cui sembravano convergere tutte quelle oscure ed informi creature, sperando, in cuor suo, di essere arrivato al termine del suo doloroso viaggio.

Speranza, purtroppo per lui, non disattesa. Infatti, superato un piccolo e soffice monticello, sdraiato a terra, potè finalmente vedere quel maledetto altare blasfemo, di fattura tanto particolare da risultare alieno. Gli venne in mente, per qualche motivo a lui sconosciuto, che quella mostruosità poteva essere una sorta di “Arca dell’Alleanza” demoniaca. Dalla sua struttura parallelepipedica veniva emanata un’orrenda luce verdastra che rischiarava con un colore spettrale l’intera spianata su cui era andata a formarsi una scena spaventosa ed irreale.
***

In piedi, dietro quel mostruoso blocco di metallo alieno, si stagliava la figura di quell’uomo antichissimo che pochi giorni prima, nel villaggio, lo aveva maledetto. Fiero e possente, sembrava il re del mondo, come se fosse stato latore di infiniti ed inimmaginabili poteri, ma questo, il povero missionario, sapeva non era vero, aveva capito, proprio il giorno della sua maledizione, che erano ben altre le creature, o entità, che reggevano l’universo, qualcosa di cosí distante dalla mente umana che poteva non avere una forma ben definita e descrivibile con parole di natura umana.

Attorno al diabolico sacerdote era radunata gran parte della tribú da cui era scappato e, cosa ancora peggiore, una moltitudine di orrende e piccole creature deformi, quelle che aveva seguito poco fa, completamente rapite da quell’uomo immortale. I mostricciattoli avevano un aspetto vagamente umano, con due braccia e due gambe, ma troppo piccoli ed esili per poter essere umani, con una piccola testa tonda con occhi e orecchie sproporzionatemente grandi ed una spaventosa e crudele bocca enorme. Come se non bastasse il loro corpo sgraziato era di un orrendo color grigio, che poteva richiamare il colore della sabbia al chiaro di Luna, ed un corpo imbolsito e cadente, da anziano deformato dall’età.

Cosí concentrato su quella scena, il missionario non si rese conto che stava venendo accerchiato da queste strane creature, fino a che una marea di mani ossute ma terribilmente forti, lo afferrarono per i polsi e le caviglie, strizzandolo nella carne e stringendolo il piú possibile per fargli male e, sollevato di peso, lo portarono ai piedi del capo di quel villaggio che aveva stolidamente pensato di poter evangelizzare neanche una settimana prima. In una manciata di ore il mondo era completamente cambiato, trasformandosi da una realtà accettabile ad macabro sogno mortifero di chissà quale potente creatura aliena.
***

Tutti gli spettatori ammutolirono quando il vecchietto fu depositato di fronte all’altare, il silenzio di quegli attimi fu tale da schiacciare le stanche e fragili ossa del missionario che crollò a terra, incapace di rialzarsi mentre l’officiante di quel terribile rituale, con fare ieratico alzò le braccia al cielo pronunciando una serie di parole incomprensibili. Quegli stessi oscuri versi che aveva già sentito e che in qualche modo l’orecchio stava abituandosi ad ascoltare e a temere.

Un’esplosione micidiale nel cielo squarciò il muro del silenzio, sollevando una tempesta di sabbia attorno a loro, generando un vortice nero sulle loro teste. Piú nero della notte, piú nero della notte piú nera mai stata sulla terra. Questo malström aereo iniziò rapidamente ad inglobare al suo interno ogni stella, ogni residuo fonte di luminosità, fatta eccezione per quell’aura vedognola che veniva sprigionata dall’altare, lasciando solo quella spettrale illuminazione proveniente dal terreno, come se cielo e terra si fossero ribaltati. All’improvviso lampi e bagliori fuoriscirono dal centro di quel galattico orrore ed ognuno di questi guizzi luminosi veniva accolto da oscene grida di acclamazione da parte di tutti i partecipanti. Ad ogni lampo le grida divenivano piú forti e violente, e piú aumentava l’intensità delle urla, piú aumentava la frequenza e la potenza di questi lampi, come in una folle spirale di malata esaltazione.

Il missionario, impossibilitato a fare altro, continuava a fissare impietrito quel macabro e vorticante spettacolo. Il suo spirito ne veniva risucchiato e fu costretto a vedere e sentire ciò che nessun essere umano avrebbe mai dovuto vedere e sentire, i piú diabolici e terrificanti segreti di tutto il Creato, la realtà piú abissale che nessun uomo abbia mai potuto concepire ed il tragico destino di tutta l’umanità.
***

Quel supplizio durò ore, ore interminabili di continua sofferenza ed agonia per il corpo e per la mente, mentre i selvaggi, completamente impazziti ed invasati da quell’oscuro rituale, iniziarno a dare sfogo ai loro istinti piú bestiali, arrivando a combattere e ad uccidersi tra di loro, uomini e mostri, e concludendo il tutto con un macabro banchetto rituale con le carni di chi aveva perso quella lotta mortale. Banchetto cui fu costretto, con la forza, a partecipare anche il povero missionario, inerme spettatore di tutto quell’insensato orrore, almeno finché il destino, finalmente clemente, non gli fece perdere i sensi donandogli la pace dell’oblio.

Dormí per giorni interi senza sosta e quando iniziò a risvegliarsi il sogno si confondeva ancora con la realtà, tra maledizioni e divinità aliene ed il suo viaggio verso il mondo civilizzato, lontano da quell’incubo durato meno di una settimana ma che gli aveva distrutto la vita per l’eternità.

Cosí, quando finalmente si risvegliò in una squallida camera d’albergo, con le forze recuperate, quando provò a mettersi in piedi, sentí una fitta al torace, che scoprí fasciato con luridi stracci legati alla bell’e meglio, probabilmente da mani non competenti in fatto di medicazioni. Tremante andò di fronte ad uno specchio per liberarsi da quel primitivo bendaggio e l’immagine che lo specchio gli restituí lo fece pentire di aver voluto, ancora una volta, vedere. Incisi nella sua carne c’erano gli stessi segni blasfemi che aveva visto quella notte su quell’altare maledetto. Segni che oramai sapeva essere lettere di un alfabeto impossibile, che formavano una maledizione per tutta l’umanità!

Il suo destino non era quindi quello di morire per mano di quegli adoratori di orrende divinità, no, lui doveva essre il testimone di quell’orrore, doveva esserne, suo malgrado, la causa, l’araldo!
Siano soddisfatti i Grandi Antichi.

. Non è morto ciò che in eterno può attendere, e con il passare di strani eoni anche la morte può morire…
L.

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